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Edition 05-07-2008 14:41:37
Notiziario 6 - luglio 2008

GeologiaSenzaFrontiere si racconta in TV a "10' DI..."
Martedi 8 luglio alle 9.30 su Rai 1 Gsf sarà ospite della trasmissione "10' DI...", il programma messo a disposizione del mondo dell'associazionismo e della cultura.
Da non perdere!
In questo numero:
  • Maji na Shule - acqua e scuola in tre villaggi della Tanzania
  • I Piani di Bacino e la salvaguardia del territorio
  • Una Geologa in Colombia
Maji na Shule - acqua e scuola in tre villaggi della Tanzania

Si è concluso nel mese di maggio il progetto “Maji na Shule - acqua e scuola in tre villaggi della Tanzania”, in collaborazione con l'associazione Miche-germogli e cofinanziato dal Comune di Roma attraverso i fondi per la Cooperazione Decentrata.

Oltre a sostenere l’educazione primaria e secondaria, diritto universale, e facilitare l’accesso all’acqua, uno degli Obiettivi del Millennio, gli interventi sono stati indirizzati a coinvolgere le comunità romane e della Tanzania, stimolando la responsabilità sociale e rafforzando la capacità di partecipazione.

Il progetto ha permesso la costruzione ex-novo di 2 aule complete di banchi a Somanga Simu; la costruzione di una aula ex-novo e la ristrutturazione di un edificio da adibire a convitto per gli studenti disabili di tutto il Distretto di Kilwa; il completamento di 4 aule, compresive di banchi e la realizzazione di un sistema di raccolta delle acque piovane da utilizzare come risorsa idrica nella scuola di Jongowe, situata sull’isola di Tumbatu, poco a nord di Zanzibar.

Per tutte le tre scuole è stato effettuato un seminario di sensibilizzazione e formazione rivolto agli insegnanti e ai genitori per la gestione attiva e partecipata delle strutture.

La metodologia adottata ha cercato di evitare interventi "dall'alto", stimolando la partecipazione della popolazione nella pianificazione e nella realizzazione delle azioni previste, sia direttamente nelle spese, sia sottoforma di forza lavoro.

I finanziamenti dei donatori non hanno coperto completamente le spese del progetto, poichè era previsto che le opere sarebbero state realizzate con il contributo parziale delle comunità locali. Per facilitare questo approccio è stato coinvolto il partner locale YOSEFO e le Associazioni locali White Star e Jema, nonché le autorità nazionali e distrettuali, assieme ai quali sono stati definiti e approvati i piani operativi e concordato il monitoraggio e la valutazione dei risultati.

Inoltre, per la realizzazione e il completamento dei manufatti realizzati nel progetto sono stati utilizzati procedimenti, architetture e materiali tipici del contesto locale. Perseguendo il rispetto dell'ambiente, la costruzione delle nuove strutture è stata valutata anche in termini di sostenibilità ambientale.

Il sistema di raccolta d’acqua piovana

Gsf si è impegnata in particolar modo nella realizzazione del sistema di approvvigionamento idrico della scuola di Jongowe, a Tumbatu.
Daniel, socio di Geologia Senza Frontiere, con 3 anni di esperienza nel settore water & sanitation in paesi in via di sviluppo, ha supervisionato sul posto tutte le fasi e gli aspetti della costruzione, dalla progettazione al reperimento dei materiali in loco, all'organizzazione del lavoro fino alla verifica del funzionamento del sistema di raccolta con l'arrivo (tempestivo!) delle prime piogge al termine dei lavori.

A fine 2006 era stato effettuato un primo sopralluogo durante il quale erano state messe in luce alcune caratteristiche dell'isola sulla base delle quali è stata fatta la scelta progettuale. L’isola è morfologicamente pianeggiante, non ci sono sorgenti, né corsi d’acqua superficiali; le litologie presenti sono quelle tipiche di piattaforma corallina; l'acqua dolce sotterranea è presente in quantità modeste e fortemente a rischio di salinizzazione per ingressione di acqua salata dal mare, dato confermato da alcuni pozzi esistenti e da una sondaggio effettuato dal governo durante il sopralluogo; l’acqua potabile sull’isola proviene dall’isola di Zanzibar, tramite un acquedotto realizzato dal governo che attraversa il braccio di mare che separa Tumbatu da Zanzibar (2 km circa), adagiato sul fondo, a 30-40 metri; l’acquedotto è soggetto a interruzioni e diminuzioni di portata e il fabbisogno scolastico di acqua non è garantito. Viene quindi valutata come soluzione migliore la raccolta dell’acqua piovana, utilizzando i grandi tetti degli edifici scolastici come superfici di raccolta. Lo studio del fabbisogno porta al dimensionamento e alla scelta del tipo di cisterna.

La cisterna ha una capacità di 46 m3 (46.000 litri), a sezione circolare, totalmente fuori-terra e in “ferrocement”, tecnica già conosciuta e ampiamente utilizzata nella zona. La soluzione di una cisterna a base rotonda, rispetto a quella a base quadrata, ottimizza l’uso di materiali ed aumenta la resistenza delle pareti alla pressione dell’acqua. Le grondaie sono state installate ai due lati delle coperture per una lunghezza totale di 62 metri e con la tecnica dello ‘splash guard’ per aumentarne l’efficienza di raccolta.

L’acqua piovana raccolta, prima di entrare nella cisterna, viene filtrata da appositi filtri e l’interno della cisterna è stato verniciato di nero per impedire la formazione di alghe nell’acqua raccolta. Il sistema di raccolta di acqua piovana realizzato è capace di raccogliere acqua a sufficienza per affrontare il fabbisogno domestico da sei ad otto mesi in assenza di precipitazioni. Il video della costruzione della cisterna e la scheda dettagliata del progetto sono disponibili sul sito (qui)

I Piani di Bacino e la salvaguardia del territorio

Abbiamo incontrato Alessandro Tomaselli, geologo dottorato in geofisica che lavora da parecchi anni come funzionario nell’Ufficio “Pianificazione di Bacino e Protezione civile” dell’ Area 06 – Difesa del suolo e Pianificazione di Bacino - della Provincia di Genova.

Gli abbiamo chiesto di parlarci della situazione attuale dei Piani di Bacino liguri, con particolare riferimento alla Provincia di Genova, e di intervenire in merito alle novità legislative in via di attuazione che pongono nuove problematiche a tali strumenti pianificatori.

Il tutto per proseguire nell’informazione continua sulle varie tipologie di Piani che organizzano le nostre regioni dal punto di vista della difesa del suolo e salvaguardia del territorio.

Parliamo di Piani di Bacino: che definizione personale daresti a tali strumenti?

Comincerei da come si presentano: i Piani di Bacino sono insiemi di testi e disegni che costituiscono un piano territoriale di settore; il settore è quello delle interazioni tra acqua e suolo.

Dal punto di vista normativo la definizione del recente d.lgs. n. 152/06 (nuovo testo unico ambientale) è ovviamente più articolata: i Piani di Bacino sono gli strumenti conoscitivi, normativi e tecnico-operativi mediante i quali “sono pianificate e programmate le azioni e le norme d'uso finalizzate alla conservazione, alla difesa e alla valorizzazione del suolo ed alla corretta utilizzazione della acque, sulla base delle caratteristiche fisiche ed ambientali del territorio interessato”.

Ci descriveresti in modo schematico il loro iter d’approvazione e quali sono gli enti coinvolti in tale processo?

Si, anche se posso riferirmi, per conoscenza diretta, solo all’iter d’approvazione dei Piani di Bacino del versante ligure (attualmente in regime di proroga delle norme precedenti, L.n.183/89, L.n.267/98 e, per la Liguria, L.R.n.9/93, L.R.n.18/99).

La Provincia di Genova, in tale contesto, agisce come organo “operativo” dell’Autorità di Bacino Regionale, in cui la Regione Liguria detta i criteri e controlla.

Ad oggi, gruppi interdisciplinari di professionisti (geologi, ingegneri, forestali, agronomi, naturalisti e architetti), coordinati da funzionari tecnici pubblici, realizzano gli studi propedeutici ai Piani di Bacino, che ne costituiscono la base analitica. Fra gli elaborati di analisi vi sono, ad esempio, relazioni, carte, allegati e schede di contenuto idraulico, geomorfologico, vegetazionale e di uso del suolo. L’analisi idraulica, in particolare, comprende il controllo dell’adeguatezza delle sezioni idrauliche rispetto allo smaltimento di portate con periodi di 50, 200, 500 anni. L’analisi viene eseguita a partire da elementi statistici quali le serie di dati sulla piovosità. L’analisi più propriamente geomorfologica consiste nella raccolta, validazione e mappatura informatizzata, tramite una base dati territoriale informatizzata, dei dati relativi a frane, forme di erosione e deposito.

Sulla base dei dati analitici vengono poi elaborati i documenti di sintesi. Questi nascono soprattutto dalle modellazioni ed elaborazioni semi–automatiche sia idrauliche (carta delle fasce di inondabilità) sia geomorfologiche (carta della suscettività al dissesto).

Dalla suddivisione del territorio in classi di pericolo dipende la previsione di interventi non strutturali (le norme) mentre dalla classificazione dei livelli di rischio dipende la previsione di vere e proprie opere di mitigazione, grazie alla quale possono essere successivamente attivati stanziamenti statali, regionali e provinciali.

Tutti i documenti sono sottoposti all’esame del Comitato Tecnico Provinciale e della Regione per la successiva adozione alla quale segue una fase di pareri e osservazioni da parte di enti pubblici e privati cittadini che si conclude con l’approvazione da parte del Consiglio Provinciale.

Faresti un quadro sulla situazione attuale di evoluzione dei Piani di Bacino nella Provincia di Genova ed in generale nell’intera Regione Liguria?

Si: dal 2002 la Provincia di Genova è interamente coperta da Stralci di Piani di Bacino che in tutto o in parte riguardano i rischi idraulico e geomorfologico. Alcuni di questi sono più complessi e comprendono anche indicazioni di tipo vegetazionale, sull’uso del suolo e sulla compatibilità delle attività estrattive (piani “per l’assetto idrogeologico”).

Al momento, invece, si sta realizzando lo Stralcio relativo al Bilancio Idrico di alcuni bacini significativi del versante ligure. Il corrispondente Piano è stato adottato dal Consiglio Provinciale ed è ora sottoposto alla fase di osservazioni per la successiva approvazione. Si tratta dello strumento che disciplinerà l’utilizzo dell’acqua sulla base della stima quantitativa degli elementi del suo ciclo (afflussi e deflussi). Il Piano comprende anche lo studio preliminare dei più importanti acquiferi sotterranei e delle sorgenti.

Consultando online la cartografia di Piano della Provincia di Genova ci si accorge che non tutti risultano completi delle carte di ogni tematismo: è in atto un processo di avanzamento e di completamento al riguardo?

Si, sono in corso attività di aggiornamento che potrebbero portare anche ad un’omogeneizzazione delle cartografie, se il quadro delle competenze resterà simile a quello attuale o, in altre parole, se le Province fossero individuate dalle future Autorità Distrettuali per svolgere compiti simili a quelli odierni.
Tuttavia non bisogna aspettarsi una completa omogeneizzazione in quanto, come detto prima, vi sono Piani di diverso tipo (per il “rischio”, per “l’assetto idrogeologico”, per il “bilancio idrico”) costituiti da insiemi diversi di elaborati e aggiornati con cadenze differenti. Inoltre alcune differenze sono legate alle caratteristiche diverse di ogni bacino.

Come viene percepita la normativa d’attuazione di tali Piani dagli Enti, dai tecnici professionisti e da cittadini comuni: come un “ostacolo” o come una forma necessaria di tutela del territorio?

Spesso come un ostacolo per gli “utenti”, soprattutto per aspetti che collidono con interessi edificatori (quindi non legati all’interesse generale di difesa del suolo).
Credo, invece, che siano percepiti positivamente dalla maggior parte, “silenziosa”, dei cittadini comuni, per la loro funzione di salvaguardia della sicurezza e dell’ambiente.

Sono confrontabili i PdB delle diverse Regioni d’Italia e, soprattutto, c’è corrispondenza tra le prescrizioni che vengono scritte sulla loro normativa e ciò che realmente viene applicato?

Per la prima domanda posso solo presumere che i Piani di Bacino siano quantomeno confrontabili, anche se non esiste ad oggi un vero studio comparativo. Si tratta, infatti, di strumenti che discendono dalla medesima normativa nazionale (L.n.183/89 e L.267/98) e quindi contenenti, per costruzione, lo studio degli stessi argomenti.

Le differenze possono derivare dalla diversità fisica dei bacini analizzati (per dimensioni: nazionali, interregionali, regionali; per forma e caratteristiche idrogeologiche disuguali) e dal differente recepimento della normativa tipo da parte delle Autorità di Bacino preposte. Per questo può non esserci perfetta corrispondenza tra le regole imposte in diverse regioni.
Anche sull’applicazione della normativa dei Piani occorrerebbe uno studio approfondito: si tratta infatti di una valutazione complessa in quanto tale applicazione riguarda diversi enti.

Ad esempio, in Liguria, oltre che alle Province, il rispetto dei Piani è affidato, tra gli altri, anche ai Comuni che nella maggior parte dei casi non dispongono del personale competente (geologi e ingegneri idraulici soprattutto) per affrontarne tutti gli aspetti.

D’altra parte l’affidamento della competenza alle Regioni e, in qualche caso, alle Province è proprio il motivo che finora ha garantito l’applicazione della legge con un elevato livello di dettaglio territoriale (si pensi, ad esempio, che, per la Provincia di Genova, la scala di restituzione degli elaborati è 1:10000 e quella di acquisizione di 1:5000).

In ultimo uno sguardo agli attuali riferimenti legislativi in campo ambientale.
Il nuovo Testo Unico Ambientale (D.Lgs. 152/06) sostituisce i Piani di Bacino Stralcio con i Piani di Bacino Distrettuali e i relativi Distretti Idrografici.

Cosa sapresti dirci al riguardo? Si ha la sensazione che il lavoro e lo sforzo legislativo prodotto sinora sia risultato inutile: ci daresti una tua opinione personale al riguardo?

Credo che dovremo innanzitutto riconoscere e riaffermare i progressi e i miglioramenti che in questo campo sono stati oggettivamente realizzati dal 1989 (anno di promulgazione della legge n. 183, vero primo testo unico sulla difesa del suolo) ad oggi: è stato infatti messo un punto fermo sulla conoscenza della fragilità geomorfologica del territorio che era l’obiettivo degli studiosi che, all’indomani dell’alluvione di Firenze (1966) si riunirono nella Commissione Interministeriale “De Marchi” per affrontare in modo organico il problema.

Occorre ora, però, certamente mettere in campo un monitoraggio numerico dei risultati ottenuti a circa 10 anni dalla nascita dei primi Piani di Bacino, attraverso il confronto tra la frequenza e l’intensità dei fenomeni (inondazioni e frane, ad esempio), da una parte, e quella dei relativi danni, dall’altra, in funzione sia della normativa vincolistica sia degli interventi.

Tuttavia si può fin d’ora ritenere che molti interventi di adeguamento delle sezioni idrauliche e i vincoli di inedificabilità, posti nelle aree riconosciute come le più pericolose, hanno sicuramente contrastato l’incremento del rischio correntemente imposto da tassi di consumo del suolo elevatissimi, a fronte di eventi alluvionali e precipitazioni sempre più intensi. Indietro perciò non si può ragionevolmente tornare.

Ora, però, il cambiamento delle regole potrebbe creare qualche scompenso, come già accaduto negli anni 80 agli Stati Uniti dove le amministrazioni conservatrici abolirono le Autorità create negli anni 30, con conseguenze disastrose, tra cui l’inondazione del Mississipi.

Tuttavia dall’analisi del D.lgs. 152/06, non sembra emergere una volontà di smantellamento di quanto finora prodotto. L’unico aspetto di preoccupazione riguarda le dimensioni maggiori delle nuove Autorità di Bacino previste. Tale elemento, per molti aspetti negativo, potrà essere mitigato, se verrà scelto di utilizzare come “bracci operativi” gli stessi enti (Regioni e Province) che attualmente operano in questo settore e sono più vicini al territorio.

Una Geologa in Colombia
di Natalia Pardo Villaveces

Scrivere sulla situazione colombiana vista dal punto di una geologa non è semplice, appunto per le problematiche che riguardano la storia geologica intrecciata con quella sociopolitica del paese. Da una parte si parla di una regione molto complessa, risultante dall’interazione fra tre placche tettoniche: quella di Nazca, quella dei Caraibi e quella Sudamericana, la cui impronta è rimasta in quattro regioni che compongono l’intero paese: al Nord si estendono i Caraibi con deserti, lagune, pantani e il rilievo costiero più alto del mondo, “La Sierra Nevada de Santa Marta”, dove abitano gli indigeni Kogi che custodiscono i meravigliosi segreti su quella formazione. Al Sud si estende l’imponente Amazzonia, cresciuta uno dei cratoni più antichi del Sudamerica, “El cratón de Guyana”, dove risiedono numerose tribù che curano le ricchezze naturali della foresta, ma che oggi è sede delle disastrose fumigazioni fatte dal governo e condotte dagli Stati Uniti con il famoso “Plan Colombia”. Il progetto pretende di sterminare le coltivazioni di coca ed amapola senza tenere in conto che ormai i veleni impregnano tutto il territorio e stanno simultaneamente danneggiando gli ecosistemi del nostro polmone sudamericano. Ad Est si estende un’enorme pianura, “Los Llanos Orientales” che copre circa 250.000 km2 ed è sede dei più importanti giacimenti petroliferi, in mano delle grandi multinazionali straniere. La parte centrale ed occidentale del paese, invece, è delineata dalle Ande, che dal sud della Colombia si dividono in tre, formando le nostre imponenti “Cordilleras” che raggiungono altezze oltre i 5.550 m e che sono separate dalle valli interandine lungo le quali scorrono le arterie fluviali del paese. Nelle Ande si sono sviluppate la maggior parte delle civilizzazioni e manifestazioni culturali, contengono infinite risorse idriche, minerali ed è il luogo dove la Terra, “Pacha Mama”, ha concentrato la sua vitalità sismica e vulcanica. Quest’ultima, infatti, ha permesso la formazione di terre fertilissime che ci hanno garantito uno dei posti più alti per quanto riguarda la qualitá del caffè a livello mondiale.
La Colombia, quindi, riunisce una favolosa ricchezza per coloro che hanno deciso d’imparare a leggere il libro della natura terrestre. I primi esploratori degli anni ’20 furono principalmente tedeschi che ci lasciarono le prime carte topografiche e geologiche, anche se già von Humbolt aveva realizzato le prime descrizioni nel XVIII secolo. In seguito, la febbre dell’oro nero ha portato lo sviluppo della geologia del petrolio mentre si faceva sempre più evidente il conflitto interno tra i due partiti politici dominanti, il che, coadiuvato dalla sproporzionata distribuzione di terre e ricchezze, diventava il motore per la nascita dei primi movimenti guerriglieri negli anni ’40.
Sin da quell’epoca fino adesso, gli studi geologici si vengono sviluppando essenzialmente seguendo gli interessi economici e politici del paese e delle multinazionali, per cui le discipline piú avanzate sono la geologia del petrolio, l’idrogeologia e le attivitá minerarie. Questo è stato sicuramente un colpo per le persone che entravano all’università con altre curiosità, ben lontane quelle applicazioni. Una delle cose che mi ha colpito di più appena iniziavo i corsi di laurea fu il trovarmi col fatto che la maggior parte degli studenti entravano alla Facoltà di Geologia seguendo proprio quella sete di arricchimento senza nessuna cura per le questioni ambientali e sociali, nemmeno politiche ma piuttosto, con spirito mercenario. Poi ero tremendamente colpita perché la carriera di Geologia si offre all’università pubblica, proprio dove si sono formati i pensatori di sinistra più rilevanti della Colombia e non capivo come i futuri geologi erano completamente disinteressati agli argomenti sociopolitici di un paese in guerra.
É da almeno 58 anni che la Colombia è immersa nel conflitto armato fra guerriglie, paramilitari, esercito e delinquenza comune, senza tenere in conto il dolore causato dalla guerra tra i cartelli della droga degli anni 90. Mentre studiavo Geologia, tra il 98 ed il 2003, eravamo di fronte ad un paese in cui la storia di violenza non finiva ma cresceva. Praticamente le città erano isolate dal conflitto armato che si svolgeva in campagna e nelle foreste; in città si sapeva che lassù, lontano in montagna, la gente moriva e non si capiva la volontà politica, bensì, s’intuivano gli interessi economici. Studiare Geologia e andare in campagna sotto lo scudo dell’università pubblica mi consentì, quindi, di uscire dalle isole cittadine e di vedere con i propri occhi la realtà di un paese che mi stupiva con le bellezze naturali e la complessità geologica, ma che mi lasciava percepire nella carne il dolore della guerra. Ogni intanto si arrivava in paesini fantasma, desolati, vuoti, con un odore di paura ovunque e dove la case avevano le pareti bucate dai proiettili. Vicino a uno di quelli stavamo cercando ammoniti con una professoressa russa e dopo un paio di ore è uscito un tipo dal nulla che iniziò a fare domande sul nostro lavoro e ci accompagnò su in montagna. Dopo un po’ di tempo abbiamo notato dei segnali fatti con specchi o qualcosa che permeteva il riflesso dei raggi del sole.... inmediatamente il tipo ci ha detto “basta, non potete andare oltre”. Lì abbiamo capito che eravamo dentro una zona occupata da uno dei tanti gruppi armati. Non potevamo indagare su chi erano e siamo partiti senza completare il numero di campioni, ma è così: dobbiamo lavorare con la geologia che ci è permessa di vedere e di toccare, non con quella che esiste.
Un’altra volta eravamo in un’escursione di tettonica nella regione smeraldifera colombiana e siamo capitati in un paesino dominato dai paramilitari. Lì non si poteva andare per strada dopo le 21:00, l’acqua e le medicine venivano amministrate dai paramilitari che decidevano la quantità al mese da dare al popolo. Se finivano prima, non si poteva far niente, loro erano la legge locale.
Dunque, studiare Geologia in Colombia non rientra solo nella parte strettamente accademica e professionale. Anche se abbiamo una scuola ben formata, ereditata dalla francese, tedesca e parte nordamericana, non considero sia sufficente e penso che lo studio dev’essere continuamente alimentato dalle proprie esperienze sul campo. Dobbiamo imparare, per forza e quasi in modo autodidatta, ad identificare chi domina il territorio scelto, riuscire a spiegare a qualunque gruppo armato il lavoro fatto da noi, sapere fin dove è permesso di andare, quali sono le regole locali, ecc. Molte volte ci accompagnano bambini della zona in segno di protezione per coloro che non sono stati informati della nostra presenza. Si cammina con la consapevolezza del rischio, del probabile rapimento, di capitare in un campo minato o in mezzo ad uno scontro militare. Comunque, si cammina, ispirati dalla bellezza della natura e dai misteri della nostra Terra, che non sa delle stoltezze umane.
In un paese in cui non si è mai fatta una riforma agraria, dove esistono ancora enormi latifondi, dove la disuguaglianza socioeconomica si respira in ogni angolo, fare il geologo non è cosa semplice e forse per generazioni si viene eseguendo un po’ facendo il sordo, il cieco. Per me, andare in campagna significa una sfida che si deve assumere se vogliamo costruire il paese, se vogliamo evitare un disastro come quello successo a novembre del 1985, quando una piccola eruzione del Nevado del Ruiz ha generato un lahar che ha colpito tutto un villaggio, con circa 23.000 morti. Se vogliamo ri-orientare la ricerca per un buon uso delle risorse naturali, idriche e minerali, dobbiamo capire che il governo purtroppo non darà una soluzione immediata ai problemi. Anzi, la via attuale è quella della guerra e di dichiarare qualsiasi movimento guerrigliero come terrorista invece di affrontare i problemi di fondo. Quindi dobbiamo cambiare noi, nel nostro piccolo ambiente d’interazione, sia con la natura stessa, sia con l’uomo. Dobbiamo riuscire a comunicare ai diversi gruppi ciò a cui serve lo studio della Terra, sia in materia di esplorazione, sia in materia utile al riordinamento territoriale, sia in materia di prevensione di disastri. Ma son sicura che ciò non sarà possibile se si continua a lasciare tutta la responsabilità al governo di turno, se continua ad esistere l’indifferenza che caratterizza il geologo colombiano per le problematiche sociali e politiche, se continua l’assurda separazione fra scienza, arte e discipline umanistiche. Ed è proprio ciò in cui dobbiamo lavorare le nuove generazioni, sulla nostra funzione sociale, ma le proposte e le azioni devono venire da noi stessi.


Scritto il 7 maggio 2008


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